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Quello della bioplastica è un tema sempre più attuale e scottante nel mondo del packaging, di riflesso al complesso e acceso dibattito internazionale attivo negli ultimi anni e più che mai sentito nel 2019.

Sono sempre più numerose le aziende che approvano sia necessario ridurre l’inquinamento adottando delle buone pratiche e dunque introducono la bioplastica come materia di produzione dei loro prodotti, dal campo dell’imballaggio ai prodotti monouso, in particolar modo destinati al settore alimentare.

Innanzitutto, facciamo chiarezza sulla terminologia: secondo la definizione data dalla European Bioplastics la cosiddetta bioplastica “è un tipo di plastica che può essere biodegradabile, a base biologica (bio-based) o possedere entrambe le caratteristiche”.

La bioplastica può essere ottenuta da cellulosa, amido di mais, grano, tuberi come tapioca o patate, e molti altri materiali sono in via di sperimentazione, dai crostacei ai cereali. Tutti questi sono esempi di materiali a base biologica, costituiti in tutto o in parte da materie prime vegetali rinnovabili, che costituiscono la cosiddetta biomassa.

In alternativa alla biomassa, la bioplastica può essere costituita di materiali non biologici ma di origine fossile, che tuttavia sono in grado di degradarsi nell’ambiente. In questo caso di parla di materiali che rientrano nella categoria della plastica biodegradabile. Questo tipo di plastica in realtà è composta da polietilene additivato che la rende facilmente biodegradabile nel pieno rispetto dell’ambiente.

Per chiarire ogni possibile dubbio è stata approvata una normativa a livello europeo, che la bioplastica deve necessariamente rispettare per potersi considerare standard: stiamo precisamente parlando della UNI EN 13432, la norma che definisce la “materia plastica biodegradabile” e i suoi criteri di compostabilità.

H2: Vantaggi e critiche alla bioplastica

Analizzando i pro e contro della bioplastica scopriamo che certamente il suo utilizzo può ridurre la diffusione e l’immissione nell’ambiente delle plastiche non biodegradabili e dunque inquinanti, e al contempo contribuire allo smaltimento definitivo dei rifiuti, poiché essi non si accumulano, non richiedono di essere smaltiti per combustione (producendo cioè ulteriore inquinamento e Co2) in sostanza reimmettendo i materiali nell’ambiente senza alcun rischio di contaminazione per l’ecosistema.

Alla pratica di diffusione e utilizzo delle bioplastiche sono state anche mosse alcune critiche, tra cui quella di causare una riduzione di disponibilità di prodotti alimentari, che vengono destinati alla produzione di biomassa anziché al sostentamento della popolazione; tuttavia è stato considerato che l’utilizzo di terreni agricoli per la produzione di biomassa è assolutamente esiguo, anzi: è stato calcolato che nemmeno utilizzando esclusivamente biomassa per l’intera produzione di plastica mondiale la superficie coltivata a questo fine supererebbe il 5%, per cui questa preoccupazione risulta decisamente infondata.

Di certo l’introduzione e la sempre maggiore diffusione della bioplastica è parte di una serie di pratiche virtuose volte a convertire l’attuale modello economico in economica circolare, e dunque è una pratica incoraggiata per contribuire a contenere l’inquinamento e la circolazione di materiali, in particolare di imballaggi, che non verrebbero smaltiti e si accumulerebbero nell’ambiente.

H2: Come riconoscere la bioplastica: caratteristiche e applicazioni

L’introduzione della bioplastica è stata lenta, ma progressivamente questi materiali si sono affermati come efficaci in una moltitudine di settori, tanto da essere considerati in costante crescita, che addirittura si prevede esponenziale negli anni a venire.

Le bioplastiche sono oggi utilizzate, come anticipato, come materia prima per innumerevoli prodotti: si va dalle stoviglie monouso agli imballaggi, dai giocattoli ai componenti di oggetti come telefonini, automobili, perfino prodotti di cancelleria.

Tuttavia il loro aspetto può sembrare quello di un comune oggetto di plastica, sia esso per esempio una shopper bag o una stoviglie monouso. Come può il consumatore riconoscere la bioplastica, oggettivamente molto simile a quella tradizionale? In che forma si presenta, per quale tipologia di prodotti è utilizzata, come può l’utente sceglierla come gesto consapevole in favore della riduzione dell’inquinamento? Sui prodotti destinati agli alimenti, come ad esempio le stoviglie, piatti e bicchieri monouso, viene chiaramente espresso il materiale di cui sono composti: osservatene bene il fondo e scorgerete l’indicazione, come ad esempio la sigla PLA, che si riferisce ad un composto bioplastico. Nel caso invece delle shopper biodegradabili o compostabili, invece, sarà proprio la normativa di riferimento che potremo reperire stampata o impressa sui prodotti, spesso citata testualmente, a volte all’interno di un logo, ma univocamente il segnale che quella che avete tra le mani sia una bioplastica sarà la dicitura: UNI EN 13432. Questo regolamento è dedicato in particolar modo all’applicazione dei sacchetti in plastica biodegradabile e si pone come obiettivo la restrizione della distribuzione di sacchetti di plastica inquinante.

CelVil è un’azienda di packaging da sempre dedita al rispetto delle normative e dell’ambiente. Negli anni del grande dibattito sulla plastica e sulle alternative ecologiche ad essa, CelVil è in prima linea con soluzioni sostenibili, riciclabili e ancora biodegradabili e compostabili, declinate sapientemente per adattarsi alle esigenze di mercato e rese flessibili dalle tecnologie più raffinate in fatto di produzione di film, personalizzazione e confezionamento. Contattaci per avere informazioni dettagliate sulla nostra produzione e il nostro contributo all’economia circolare!

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