La plastica è uno dei materiali più comuni e con cui tutti abbiamo a che fare ogni giorno. Con la crescente sensibilità verso temi ambientali, sempre più spesso si sente parlare di plastica biodegradabile, che è ormai entrata nel linguaggio comune, anche se spesso la conoscenza sul tema, sulle differenze tra le varie tipologie, i loro utilizzi e la loro origine è piuttosto limitata. Ecco alcune curiosità sul mondo della plastica e la sua biodegradabilità.

1. Cos’è e com’è fatta la plastica biodegradabile

La biodegradabilità per definizione è la caratteristica di un materiale che può subire la degradazione biologica o biodegradazione. I termini “plastica biodegradabile” o “bioplastica” indicano nello specifico tipologie di plastica caratterizzate dalla biodegradabilità, perché prodotte a partire da materia organica oppure a base di poliesteri sintetici particolari.

La biodegradabilità della plastica è un concetto dibattuto da decenni. La plastica cosiddetta biodegradabile generica è in realtà costituita da polietilene, che di per sé non possiede la biodegradabilità, a cui però vengono aggiunte sostanze che lo rendano facilmente biodegradabile.

Negli anni sono state studiate numerose soluzioni ancora più ecologiche che hanno portato alla diffusione di numerosi brevetti di materiali bioplastici. Ne è un esempio il PLA, un biopolimero chiamato acido polilattico. Inoltre oggi troviamo sacchetti di plastica biodegradabile a base di amido di mais, oppure costituita di grano, tapioca, oppure ancora patate o fecola di patate, perfino a base di scarti vegetali come le bucce delle patate, che rendono i film cosi prodotti totalmente biodegradabili. Anche la cellulosa può essere un materiale costituente della bioplastica, insieme a sostanze dette poliacidi.

2. La biodegradabilità della plastica: vera o presunta?

Quando si parla di biodegradabilità della plastica si intende una qualità intrinseca potenziale di questo materiale: infatti è necessario che gli oggetti in bioplastica siano esposti alle condizioni necessarie perché la biodegradabilità possa attuarsi. In pratica è necessaria la presenza di un microorganismo (sia esso un batterio, un fungo o un’alga) in grado di scomporne il materiale, “digerendolo” e quindi assimilandolo completamente senza bisogno di additivi artificiali. In questo modo il materiale plastico viene smaltito e consumato, e non persiste nell’ambiente.

I sacchetti in plastica biodegradabile infatti possono infatti essere distrutti direttamente dai microrganismi.

Queste condizioni però si verificano solamente se il materiale plastico viene smaltito in modo corretto: ciò significa che non deve essere abbandonato nell’ambiente ma raccolto in modo sistematico in sistemi di compostaggio, perché possa essere sottoposto alle condizioni necessarie per l’attivazione del processo di smaltimento. Per contro, se gettati per terra o nel mare, i sacchetti biodegradabili persistono nell’ambiente per molti anni, esattamente come quelli in polietilene.

3. La biodegradabilità della plastica fa bene all’ambiente?

La plastica biodegradabile, se smaltita correttamente, è certamente un vantaggio perché riduce la quantità di materiale plastico immesso nell’ambiente e quindi contribuisce se non alla riduzione, ad un controllo dell’inquinamento. Tuttavia quando non è smaltita in modo corretto, per esempio se i sacchetti di plastica vengono accumulati in un luogo non adatto, come una discarica, non solo non riescono a biodegradarsi in modo completo ma nel tentato processo rilasciano anidride carbonica e metano nell’ambiente, anziché nel terreno dove dovrebbe, causando così un aumento dell’inquinamento dell’aria, dell’acqua piovana e del suolo.

4. Quanto tempo occorre per la decomposizione dei rifiuti in plastica, se dispersi nell’ambiente?

Se la plastica tradizionale non è biodegradabile è perché i polimeri plastici di cui è composta non hanno la possibilità di scomporsi ed essere riassorbiti dall’ambiente. Molti prodotti, oggetti o film plastici possono vantare la grande resistenza tra le loro caratteristiche, ma questo vantaggio diventa un grave problema nel momento in cui lo stesso oggetto viene disperso in modo inaccurato nell’ambiente naturale dove, benchè subendo lacerazioni e frammentazioni può resistere fino a due milioni di anni prima di essere distrutto.

La plastica biodegradabile invece, per essere definita tale deve potersi disintegrare per il 90% entro i primi 3 mesi, mentre entro 6 mesi il 90% deve essere stato assimilato dai batteri. Nello specifico, poi, ogni materiale bioplastico necessita di tempi e modi diversi a seconda della sua specificità. Questi dati sono l’oggetto principale della dettagliata normativa sulla plastica, in particolare quella chiamata UNI EN 13432, messa in atto dai vari governi e in vigore anche in Italia, che regolamenta la distinzione tra le diverse tipologie di plastica sulla base delle tempistiche del loro ciclo di compostaggio, informando i consumatori e auspicando comportamenti più consapevoli nei confronti dell’ambiente.

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