biodegradabile e compostabile

Il significato della parola biodegradabile: dalla natura ai progressi della tecnologia

Per l’attenzione sempre più grande che viene posta sulle quesioni ambientali, e per i prodotti che devono sempre più essere a impatto zero, biodegradabile è una parola, ormai, molto frequente e utilizzata. Ma qual è il suo significato?

La definizione

biodegradàbile agg. [comp. di bio(logico) e degradare]. – Nel linguaggio chimico e commerciale, di sostanza, prodotto che può subire la degradazione biologica o biodegradazione: es. detersivo biodegradabile.

Biodegradabilità, una proprietà della natura

  • Sostanze organiche. La biodegradabilità è una proprietà, tipica delle sostanze organiche e di alcuni composti sintetici, di essere decomposti dalla natura, o meglio, da batteri e microorganismi. Questa proprietà permette il regolare mantenimento dell’equilibrio ecologico del pianeta.
  • Composti artificiali e sintetici. Al di là del suo significato originario, prerogativa appunto delle sostanze naturali (tutti i composti organici naturali sono facilmente decomponibili), è una proprietà che può essere attribuita anche a sostanze e composti artificiali e sintetici, purché una volta dispersi nell’ambiente si decompongano facilmente in composti a loro volta meno inquinanti.

In genere, perché un composto possa essere considerato biodegradabile è necessario che in natura esista un batterio in grado di decomporne il materiale, dopodiché l’elemento viene assorbito completamente nel terreno, in tempi e modi diversi a seconda del materiale in questione. Per esempio, la carta ha un ciclo di decomposizione che va da 3 settimane a un anno.

Le sostanze non biodegradabili, l’inquinamento e le sfide della tecnologia

Le sostanze non biodegradabili più comuni sono considerate le materie plastiche, così come tutti i prodotti sintetici moderni: non possono essere decomposti dalla natura, nonostante siano formati principalmente dal carbonio, l’idrogeno e l’ossigeno, che invece singolarmente potrebbero esserlo. Dalla loro unione, tuttavia, si è formata una molecola troppo complessa. Le sostanze meno decomponili in assoluto si chiamano idrocarburi clorurati.
Un materiale non biodegradabile non viene in alcun modo scomposto per essere assorbito dal terreno, rimanendo immutato nel tempo, e contribuendo all’inquinamento dell’area in cui viene a trovarsi.
Ma ci sono anche dei progressi della tecnologia che sfidano questa tradizionale idea della plastica come fonte di grande inquinamento: un tipo molto speciale e innovativo di plastica, chiamata appunto bioplastica.

Bioplastiche e plastiche biodegradabili

La plastica biodegradabile è in realtà composta da polietilene, addittivato di sostanze che la rendono facilmente biodegradabile, e dunque permettono la biodegradazione sopradescritta, nel pieno rispetto dell’ambiente.
Le plastiche biodegradabili per definizione sono suscettibili al processo che avviene quando i microrganismi presenti nell’ambiente (batteri, funghi e alghe) riconoscono la sostanza come cibo, dunque la consumano e la digeriscono (senza bisogno di additivi artificiali).
La biodegradazione in pratica implica la completa assimilazione del materiale frammentato da parte dei microrganismi, appunto come se fosse cibo.
I nuovi sacchetti biodegradabili, nello specifico, possono, infatti, essere distrutti direttamente dai microrganismi.
Per il controllo della produzione viene applicata una norma europea, chiamata UNI EN 13432, che stabilisce le tempistiche del normale ciclo di compostaggio per considerare un materiale biodegradabile: essi devono disintegrarsi per il 90 per cento dopo 3 mesi, e dopo 6 mesi devono essere digeriti dai microrganismi per il 90 per cento.